12.5.17

Sognare con quel poco che basta


Fonte : photographicafineart.com

Dopo aver fatto per diversi anni il fotografo di moda in Italia, Paolo Ventura (Milano, 1968) si trasferisce a New York dove, dotato di grande manualità, comincia a realizzare scenari, spesso con materiale di recupero, e poi a fotografare piccoli set teatrali dove mette in scena burattini in miniatura sempre da lui creati, spesso vestiti come soldati o con abiti dei tempi passati. La fotografia diventa dunque il prodotto finale di una catena di un processo creativo e Ventura diventa così un “costruttore di immagini”. Un giorno di pioggia propone queste immagini ad un’abile gallerista newyorkese che, forse più per curiosità per quest’uomo bagnato dall’aspetto sognante che per reale interesse, si fa lasciare il lavoro. Poco dopo ecco la sua prima personale: “War Souvenir”, cui segue il libro con Contrasto e poi ancora un’altra storia: “Winter Stories”  e un libro con Aperture e via via diverse esposizioni negli Stati Uniti ed in Europa. Giungono anche riconoscimenti importanti dai grandi musei americani e a seguire quotazioni d’asta anch’esse rimarchevoli.
Dopo 10 anni di Stati Uniti, Paolo Ventura rientra in Italia, vive con sua moglie Kim e con il  figlio tra la Toscana e Milano. Continua a realizzare le sue storie e le sue scenografie.


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Fonte : exibart.com

Dal 2000 ti dedichi esclusivamente a raccontare storie, costruendole. Anche nella fotografia di moda e pubblicitaria, che fanno parte della tua fase precedente, si trattava di costruire storie. Qual è il loro legame e come è avvenuto il passaggio?
‹‹C’è una connessione tra la fotografia di moda e quello che faccio adesso, perché anche la fotografia di moda é la costruzione di una storia in sei, otto, dieci, dodici pagine attraverso i vestiti, le location, quello che fa la modella. Almeno questo era il mio modo di vedere la moda. Per il resto sono mondi molto diversi, intanto perché il lavoro di moda é un lavoro di squadra. L’apporto del fotografo è importante quanto quello della modella, della truccatrice, della stylist e di chi impagina il giornale. Il mio lavoro di ora, invece, è solitario. Ho lasciato la moda anche per questo motivo. Quando si lavora in team le cose vanno bene se tutti hanno la stessa idea di quello che si fa, ma se uno dei meccanismi non funziona è un disastro. Ho passato dieci anni bellissimi in cui mi sono divertito e ho potuto fare tutto quello che volevo, perché quando ho iniziato a fotografare la moda era l’ambiente in cui ci si poteva esprimere più liberamente, ma poi é arrivato il momento di cambiare››. [...]

A parte il Funerale dell’Anarchico che si ispira ad un periodo più vicino della nostra storia, le altre opere mi sembrano più datate.
‹‹Certamente non sono dell’attualità. È comunque un mondo immaginato, ma non mi interessa raccontare la contemporaneità. Un mondo che è del Novecento, ma potrebbe essere del futuro. È un mondo che non è legato a questo momento. Ma poi, cos’è questo momento? In certe parti dell’India si vive ancora come nel nostro ‘600; in certe zone d’Italia si vive come nel ‘900 e in certi posti a Tokyo nel 3000. È tutto relativo. In questo momento a Parigi è inverno, mentre a Buenos Aires è estate. Qual è la stagione? Io mi stacco rispetto al mondo contemporaneo perché mi aiuta ad essere più libero, quindi a raccontare quello che voglio senza pregiudiziali politiche e di attualità››.


Spesso citi tua nonna e i suoi racconti. Quanto hanno influenzato sul tuo immaginario?
‹‹Penso che il nostro mondo immaginario si formi nei primi anni di vita, dopo si guarda sempre indietro. Ecco perché anche il luogo in cui ci si trova nel presente non ha nessuna influenza, come pure quello che stiamo facendo. Guardo sempre a dei mondi che mi sono costruito molti anni fa. È come una camera in cui nessuno entra più››.

Che significato ha per te l’autorappresentazione? Spesso oltre alla tua figura compare Andrea, tuo fratello gemello.
‹‹Il motivo principale della mia autorappresentazione è, banalmente, perché sono sempre disponibile. Poi, considerando che sono cresciuto con un gemello identico - quindi con una non identità, uno specchio che era scomodo - è stata anche l’occasione per affermare la mia identità. Prima non ero Paolo, ma uno dei gemelli. Anzi la maggior parte delle volte ero Andrea. Nelle mie immagini cambio fisionomia perché mi pitturo, mi metto i baffi, dipingo i capelli, indosso dei vestiti che non uso durante il giorno. In questi lavori finalmente, sono io e, comunque, sono diverso da lui. Non sono il doppio. E poi mio fratello non ha le orecchie gialle o il naso rosso. Quando c’è anche lui è per confondere e depistare, perché in realtà siamo sempre contraddittori, da un lato c’è una ricerca di individualità e dall’altro si tende a portare il partner con sé, ovunque, anche se poi lo si uccide. Io uccido spesso mio fratello!›› [...]

Spesso i modellini sono realizzati in una scala piuttosto grande. La dimensione è importante nel tuo lavoro?
‹‹Mi servono modellini grandi e piccoli, perché così posso falsificare la prospettiva. Lavoro sempre su spazi limitati, tavoli su cui talvolta rappresento delle piazze, quindi la dimensione mi aiuta per giocare sull’illusione della prospettiva. Altre volte lavoro a grandezza naturale, dipingendo i fondali. Gioco con l’enorme e il piccolissimo, a seconda di quello di cui ho bisogno››.


Mangiafuoco, il funambolo, il giocoliere, il mago che fa sparire il bambino… sono personaggi ricorrenti. Quanto ti ritrovi in questi personaggi fuori dalle righe?
‹‹(Ride)… Non sono mago, né giocoliere. O forse sì. Sono tutti personaggi che hanno a che fare con mondi non reali. Hanno la capacità di rimanere intatti, come le monache, i preti, i Carabinieri in alta uniforme che sono sempre uguali da centocinquant’anni. Mi interessano molto i mondi che non cambiano. L’autorità dei luoghi e delle persone è dovuta anche al fatto che non cambiano. Il mangiafuoco è un’autorità sul mondo, perché fa quello che faceva nel Medioevo e forse anche prima. Non gli interessa quello che succede nel mondo. La sua attività è quella, come il suo immaginario. È molto più autorevole un mangiafuoco di un ingegnere elettronico che, magari, tra un anno dovrà cambiare per stare al passo con i tempi››.