30.4.17

Certosa di Calci

Questa fotografia fa parte di una serie di 14 che ho realizzato durante la visita alla Certosa di Calci, monastero di clausura dell’ordine certosino di San Bruno fondato nel 1366 e definitivamente abbandonato dai monaci nel 1969.
Per maggiori informazioni e per visionare la serie completa clicca qui : link


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29.4.17

Scattiamo una fotografia quando incontriamo noi stessi


Fonte : maledettifotografi.it

" [...] Ognuno di noi interpreta la realtà attraverso la propria cultura che è, come spesso mi piace citare, ciò che rimane quando si è dimenticato tutto. Quando si fotografa si sceglie una porzione di mondo che già ci appartiene e che viene letta attraverso il filtro di ciò che ognuno di noi è. In altre parole si può dire che scattiamo una fotografia quando incontriamo e riconosciamo noi stessi. [...]

Non credo nella documentazione asettica e al di sopra delle parti. È sempre una lettura personale, è una rappresentazione e come tale risente di chi ha impostato la scena. È una querelle decennale che si accende soprattutto quando si parla di fotogiornalismo e per usare termini quasi obsoleti è come dire “visto da destra e visto da sinistra”. [...]

La fotografia, per me, non ha mai rappresentato una professione. Per quanto mi riguarda la fotografia è comunicazione, è necessità di raccontare qualcosa, significa esplicitare un‘idea, un sentimento, un pensiero per mezzo delle immagini. Per questo motivo quando mi sono stati commissionati lavori, ho sempre chiesto carta bianca. Questo è certamente un mio limite, non sono in grado di eseguire un mandato su scelte espressive fatte da altri."

Nino Migliori

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Michele Smargiassi intervista Nino Migliori ( 7 maggio 2014 ) :

25.4.17

Rifabbricare il mio mondo



Sento la necessità di denunciare l'andamento del mondo, le cattiverie, la crudeltà, la disonestà dell'uomo non documentando la realtà, la vergogna dell'uomo, ma dimostrando a me stesso altri spazi, altre tracce dove il linguaggio diventa conoscenza della mia anima e tutto ciò che mi circonda non sia illusione, voglio rivedere ogni cosa nella semplicità dove la mia mente ritorna da capo, dove ogni segno si fa "poesia" per rifabbricare il mio mondo, carico di significati immensi in armonia assoluta con il mio universo e respirare sotto il silenzioso cielo. Nella natura, la sola cosa grande che conosco, nell'incertezza di tutto, io vivo i miei attimi, i miei limiti, i miei difetti, per forza d'ispirazione, di creatività, di linguaggio.

Mario Giacomelli

24.4.17

Il reportage fotografico come missione sociale


La macchina fotografica non è che un mezzo, uno strumento al pari di una penna, con cui il fotoreporter scrive il racconto dei dimenticati e degli emarginati. Dove le immagini sono come e più delle parole, perché la fotografia è il più potente strumento di denuncia che abbiamo. Ma cosa significa veramente essere fotoreporter oggi? Come si scelgono le storie da raccontare? Incontrando quali difficoltà e vivendo quali rischi? Ottenendo quali risultati? Incontro/intervista con Maurizio Faraboni, fotoreporter, classe ’72, da anni in prima linea “per raccontare con le immagini quello che gli altri non dicono e smuovere le coscienze”. Un fotografo per il quale fare reportage non è un lavoro ma una missione, quasi un dovere. Modera l'incontro Alessio Jacona.



22.4.17

Dita spezzate

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/44

" Le cicatrici hanno lo strano potere di ricordarci che il passato è reale. " - Cormac McCarthy

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16.4.17

15.4.17

Due generazioni a confronto


Venerdì 18 Novembre 2016
L'Associazione Culturale 36° Fotogramma presenta l'incontro tra Gianni Berengo Gardin e Luca Nizzoli Toetti, conduce la serata Maurizio Garofalo, photo-editor, critico ed esperto di fotografia.
Grazie a questo incontro potremo assistere ad un confronto tra due fotografi di differenti generazioni che danno vita ad un inedito dialogo sulla grande fotografia, un racconto di un viaggio di oltre mezzo secolo.

13.4.17

Le fotografie sono diventate un muro tra noi e la realtà


Incontro con Ferdinando Scianna - Venezia, 14 ottobre 2016

10.4.17

Le fotografie devono aspirare ad essere buone, non belle


Fonte : https://www.facebook.com/RobertoMorosetti

Molti ritengono che fare fotografie significhi “fare belle fotografie”.

Dove per “belle fotografie” si intendono generalmente fotografie patinate, dai colori perfetti, dai contrasti corretti, dalla giusta messa a fuoco, sufficientemente nitide, prive di micromosso… e aggiungiamoci magari quelle stupide regole come la regola dei terzi o quella dei punti di forza, e altre cose del genere.

Come ho detto mille volte, nessuna fotografia dev’essere fatta per essere semplicemente “bella”.

Le sole fotografie che pretendono ancora di essere giudicate belle e basta, oggi sono quelle del fotoamatorismo più ingenuo e tradizionale, ormai in via di estinzione. E di solito, proprio a causa del loro volerlo essere, non lo sono.
Le fotografie, tutte le fotografie, devono invece aspirare ad essere buone. Il concetto di buono fa riferimento a uno scopo da raggiugnere, a una funzione da assolvere. Una fotografia è buona se raggiunge il suo scopo, se soddisfa una funzione nelle condizioni date.

Le “belle fotografie” sono generalmente quelle che si trovano su piattaforme come Flickr, per intenderci, luoghi dai quali chiunque voglia comprendere la fotografia dovrebbe scappare alla velocità di un razzo.
Sono fotografie che dimostrano nel fotografo un unico talento: quello di aver letto fino in fondo il libretto di istruzioni della propria fotocamera.
Le “belle fotografie” (tramonti, marine, paesaggi… ) sono tutte uguali fra loro, e non solo: sono tutte uguali anche passando da un fotografo all’altro..
Sono la quintessenza della fotografia eseguita non da un fotografo ma da una macchina fotografica, dove il fotografo, come diceva Vilém Flusser, si riduce a semplice “funzionario” addetto alla realizzazione del programma inscritto nei meccanismi della fotocamera.

Ti metti di fronte a un “bel” paesaggio, punti la fotocamera e la fotocamera esegue il suo programma. E’ la fotocamera a realizzare la fotografia.

Io non voglio dire che fare una “bella fotografia” non possa essere piacevole, che non possa essere divertente mettere alla prova la propria capacità di far funzionare bene la propria fotocamera. Equivale a coloro che amano far funzionare bene la propria automobile o la propria macchina per il caffè.
Rimane però che una “bella fotografia” non dimostra nulla.
Una “bella fotografia” non è altro che un servizio offerto alla casa produttrice dell’apparecchiatura da parte di chi, oltretutto, ha pagato per ottenere quell’apparecchiatura.

Infatti va sempre tenuto presente (lo sottolineerei se potessi) che le case produttrici di apparecchiature fotografiche investono milioni di euro in promozione. Fanno pubblicità palese, fanno pubblicità occulta, infiltrano i gruppi fotografici, condizionano le scelte delle riviste di settore, che mai raggiungerebbero il pareggio di bilancio se dovessero basarsi soltanto sulle copie vendute.
Vale un po’ per tutta l’editoria, ma una rivista di settore, in particolare, non vende se stessa a te che la compri. Vende te agli inserzionisti pubblicitari.

E’ ovvio che le case produttrici spingano per diffondere una certa idea di fotografia, una fotografia che dia soddisfazioni epidermiche al fotoamatore, una fotografia “facile”, facilmente ripetibile da chiunque si metta al servizio della sua fotocamera, una fotografia che si ponga agli occhi del fotoamatore come un modello raggiungibile.

Sono le case produttrici a far di tutto per instillare nella mente del fotoamatore l’idea che l’unica fotografia che abbia senso è la “bella fotografia”.
Ma lo fanno per vendere, e per vendere apparecchiature sempre più sofisticate, sempre più costose e sempre più inutili. Col sottile “ricatto” psicologico: non sei soddisfatto di te? Non sei appagato dalle tue fotografie e vuoi migliorare? Compra una fotocamera più costosa, che ti offrirà x-mille possibilità in più.
E’ a questo messaggio ingannevole che occorre avere la forza di reagire. Negandolo con decisione.

Mai ad esempio vantarsi del fatto che una propria fotografia sia stata pubblicata da un house organ o da una qualunque pubblicazione della Nikon o della Canon.
Significa dichiarare al mondo di essere entrati in quell’ingranaggio di sudditanza che è utile solo a Nikon o a Canon. Ma un ingranaggio totalmente inutile alla “vera” fotografia, che è quella del “raccontare”, non quella del semplice “rappresentare”.

8.4.17

La mia ombra tra le ombre

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/42

Ombre mutevoli nel rimescolamento di luoghi e compagnie. Sempre diverse, sempre uguali.

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3.4.17

Lo strano mondo della fotografia contemporanea


Non si possono fotografare i bambini. Ma solo in Occidente.

Fonte : robertocotroneo.me

La fotografia ha una nuova vita. Inaspettata e sorprendente fino a poco tempo fa. Merito della facilità del digitale, merito degli smartphone che permettono fotografie amatoriali di qualità quasi accettabile, merito dei social di condivisione, a cominciare da Instagram, che dànno a tutti la possibilità di pubblicare, mostrare ed esibire i propri scatti. Ma sta accadendo una strana cosa. Più si moltiplicano i dispositivi fotografici e più si sviluppa una stranissima idiosincrasia per la fotografia.

Mi spiego meglio: più si pubblicano immagini, miliardi e miliardi di foto rintracciabili sul web, e più diventa difficile scattare fotografie come si è sempre fatto. Solo da poco tempo, e per merito di un decreto, è consentito scattare fotografie nei musei pubblici. Ma in quelli privati alle volte è ancora vietato. Ci sono musei a Roma dove non si può fotografare. C’è poco da obbiettare che tutte le opere d’arte di ogni tempo ed epoca sono scaricabili dai siti internet in tutti i formati che si vogliono. Ti rispondono che è impossibile, che ci vogliono permessi speciali, che è una questione di sicurezza, di copyright, e altre sciocchezze analoghe. Perché? Non si sa.

Nel mondo esistono cinque miliardi di dispositivi fotografici attivi, e i social di fotografia sono i più frequentati, ma non è possibile fotografare quasi nulla. Non si possono fotografare i palazzi pubblici, tantomeno le stazioni ferroviarie, le metropolitane, gli aeroporti. E questo per motivi di pubblica sicurezza. Per lo stesso motivo non si possono scattare foto sui treni. È vietato scattare fotografie di palazzi privati. Perché si viola la privacy. È vietato fare foto anche di un cortile interno, di un chiostro e quant’altro. Ma soprattutto è vietato e rischioso fotografare le persone. Se qualcuno mi fotografa per strada e io non so il perché posso protestare, arrabbiarmi, esigere il file, la scheda, e quant’altro. Non posso pubblicare immagini di persone fisicamente riconoscibili anche se sono in un luogo pubblico, o a una manifestazione aperta a tutti. Perché? Non si riesce a capire. E non posso fotografare i bambini. La polizia postale sconsiglia di pubblicare sul web foto di bambini, anche dei propri. Ci sono i pedofili in agguato. Ed è comprensibile. In Francia le regole sono molto rigide anche se si tratta dei propri figli. Accadrà anche in Italia. Questo è un mondo che ha perso ogni privacy, ogni difesa: spiato, monitorato, seguito nei propri gusti e nelle proprie scelte sul web, profilato, come dicono gli esperti di marketing. Ma poi se scatto una fotografia di un signore che beve un caffè, sto compiendo un gesto irrimediabile, e se fotografo un bambino che dà un calcio a un pallone alimento pericolosissime perversioni.

La fotografia vive da sempre di bei paesaggi, ma anche di persone, di sguardi, di volti, di sofferenze, di intensità. Tutti i più grandi fotografi del mondo, quelli che sono passati alla storia hanno lasciato archivi sterminati di uomini, vecchi, giovani, bambini, donne. Andiamo a vedere le loro mostre e troviamo quei ritratti. Sono reportage, appunti su quel presente, ci dicono tutto dell’America della Grande Depressione come sulla Roma della Dolce Vita, della Parigi dell’esistenzialismo, o della Spagna della Guerra Civile. Ma raccontano anche la vita quotidiana di ogni giorno. Amiamo Cartier Bresson, Lewis Hine, Robert Frank, Robert Doisneau, Gianni Berengo Gardin, e Steve McCurry, anche per questo: per quello che hanno visto e ci hanno restituito. Hanno fotografato bambini e grandi, hanno raccontato storie che erano storie pubbliche, della nostra società, del nostro vivere. Oggi avrebbero cambiato tutti mestiere, a meno di non girare con pacchi di liberatorie, a meno di non discutere con ogni soggetto ripreso, litigarci, dimostrare che scattare in un luogo pubblico, per strada, in un teatro, in un caffè, non è un gesto invasivo, non deve procurare diffidenza, non va considerato come una violazione delle libertà individuali.

Invece non è così. Nel nostro bel mondo occidentale siamo tutti tutelati, garantiti, protetti dal nulla, dalle nostre manie e dalle nostre ossessioni. In Francia rischi il carcere se pubblichi le foto di tuo figlio, e multe fino a 30 mila euro. Lui potrebbe un giorno contestare questo tuo gesto e chiederti i danni. Tutti siamo ossessionati dalla nostra immagine. Ci arrabbiamo con un fotografo che scatta mentre mescoliamo lo zucchero nella tazza del Cappuccino. Chiediamo conto a chi ci ha ritratti, e poi riempiamo i social di nostre immagini private, mostriamo le nostre stanze, i nostri vestiti, il nostro cibo, i nostri oggetti e qualsiasi cosa ci riguardi. Ma non è questa l’unica schizofrenia. Perché tutta questa privacy vale solo in occidente. Un bambino di Milano non si può fotografare, uno di Caracas si può immortalare eccome. E si può fare con un ragazzino in Senegal, e si possono scattare ritratti di donne e vecchi, magari malati, a Calcutta, e le popolazioni indigene nude del centr’Africa o dell’Amazzonia. Lì non ci sono scrupoli. Scatti in Cina, in India, in Brasile o in Etiopia, in Giordania. Nessuno vuole liberatorie, non servono i nomi. Solo da noi gli scatti sono impossibili. Solo da noi c’è un’umanità da proteggere da questo mezzo terribile e pericoloso: la macchina fotografica.

Ormai tutti sono convinti che trovarsi davanti a un obiettivo fotografico che ti ritrae è una sfrontatezza, un gesto intollerabile, che va fermato, che bisogna giustificare. La maggior parte delle immagini che abbiamo visto nelle mostre, nei musei, sui giornali e che più amiamo, sarebbero impubblicabili o distrutte. Sempre che non si vada altrove. La dove le regole sono diverse. Perché sono poveri, perché non hanno nome, perché hanno cose più importanti e più tragiche a cui pensare, però magari riescono persino a sorridere all’obbiettivo.

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Un fotofonino al di sopra di ogni sospetto

Fonte : smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it

Da quando la carrozzeria di una fotocamera fa paura? Da quando una fotocamera è sospetta solo per il suo aspetto ai tutori della sicurezza nei luoghi "sensibili"?

Be', forse da sempre. Per ragioni razionali (la fotografia è invasiva, preleva cose che non devono essere viste) o irrazionali (la sua somiglianza con un'arma da fuoco).
Ma perché allora un fotocellulare non fa paura? Perché lo smartphone passa i blocchi e la reflex no?
Lascio volentieri la parola a un amico fotografo e al suo racconto che mi sembra la perfetta descrizione dell'anacronismo mentale in cui è immerso oggi il concetto di fotografia.
Ma rivela anche quanto "normale" sia ritenuto un cellulare, che fa fotografie come la reflex, però è percepito come una specie di accessorio personale, necessario, di cui non possiamo essere privati, come un paio di occhiali o un pacemaker...
Naturalmente questo scarto meriterebbe di essere approfondito: la fotocamera classica è uno strumento che sembra avere una personalità a sé, il cellulare che portiamo sempre in tasca è ormai percepito come una specie di protesi del nostro corpo.
Qualcosa più vicino a un occhio bionico che alla fotografia. Del resto, i fotoreporter che lavorano in situazioni ad alto rischio (rivolte di piazza, ad esempio) sanno che usare un fotocellulare non solleva sospetti di essere uno spione, sanno che con un telefonino sei perfettamente mimetizzato nella massa.
E se questo slittamento percettivo rivelasse qualcosa di molto, molto importante sulla funzione antropologica che la fotografia sta assumento nell'era della fotografia ubiqua e disseminata?

Lascio dunque la parola a Rodolfo.

Caro Michele, sono un architetto, e ovviamente da buon fotografo ed architetto giro sempre con una macchina fotografica, a volte una XA a pellicola, a volte una similtelemetro Fuji.
Anni fa, era il 2010, dovendo entrare alla Biblioteca del Senato per ragioni di studio, mi meravigliai di essere stato trattato come un pericoloso terrorista quando alla ispezione per l'ingresso mi trovarono in tasca la pericolosissima Olympus Xa caricata con pellicola TriX in bianco e nero.
Per avere il permesso di entrare con una compatta Canon digitale, necessaria per fotocopiare un articolo della Voce della Verità (una rivista di fine'800 molto grande) dovetti compilare pagine e pagine di moduli per avere una autorizzazione.
Ovviamente tutti avevano il loro cellulare con cui potevano fotocopiare gli articoli. Lo stesso accadde regolarmente al Palazzo di Giustizia di piazzale Clodio.
Son passati parecchi anni e speravo che questo curioso atteggiamento camerafobico delle forze dell'ordine fosse cambiato, invece pochi minuti fa, per entrare in un casellario giudiziario e consultare delle pratiche, ho dovuto a malincuore lasciarmi sequestrare la mia Fuji X, che è stata riposta insieme al coltellino sequestrato al professionista di fronte a me.
Possibile che in era di cellulari con doppia fotocamera che girano video in 4K nella nostra amata repubblica siamo terrorizzati da fantomatici terroristi emuli di Cartier-Bresson che girano a far foto agli obiettivi sensibili armati di macchine a telemetro?
Al palazzo di giustizia mi fecero vedere il cartello con la sagoma di una pericolosa reflex anni '70 ed un segnale di divieto sopra. Mi dissero che quella non poteva entrare. Il cellulare ovviamente si, perché aveva la stessa funzione ma una forma diversa.
Perché la fotografia, nella sua forma tradizionale che sta scomparendo (e lo dico con un poco di nostalgia anche se i tuoi articoli mi infondono sempre ottimismo per il presente ed il futuro) fa così paura?
E come si può pretendere che le forze dell'ordine arrestino un criminale o un pericoloso terrorista se non hanno l'elasticità mentale di distinguere la differenza fra il logo stilizzato di una macchina fotografica ed il suo aspetto attuale nel 2017, cioè quello di un cellulare?
Mi verrebbe da aggiungere che c'è uno strana correlazione mentale fra strumento fotografico ed arma, un parallelismo simbolico noto ad alcuni registi che è raccontato cinematograficamente in pellicole come Sotto Tiro e Salvador, parallelismo che non trova analoghi in altri strumenti destinati alla scrittura e alla registrazione, come una penna o un registratore, ovviamente considerati strumenti di uso quotidiano affatto pericolosi...
Un caro saluto da un affezionato lettore, Rodolfo Felici