27.2.17

Insegnami

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/37

Disteso in un campo incolto ascolto l'erba. Le nubi mi assediano ma non riesco a distogliere lo sguardo, allora provo a chiudere gli occhi ma le vedo ancora. Dopo qualche attimo avverto accanto a me una presenza e così mi volto. Socchiudo gli occhi, la vedo. Con un sussurro incrino un silenzio apparente : "insegnami".

( instagram )

24.2.17

Lectio Magistralis di fotografia : incontro con Ferdinando Scianna


Ferdinando Scianna riflette sul mestiere di fotografo, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua carriera. Interviene Denis Curti, direttore del mensile Il Fotografo, direttore artistico della Casa dei Tre Oci di Venezia e del Festival di Fotografia di Capri.

21.2.17

Tagliatelle fresche

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/36

Ci sono delle circostanze che scaldano l'animo e per me, una di queste, è aiutare mia madre ad impastare e realizzare la pasta all'uovo. E' un momento che mi accompagna fin dall'infanzia, una serie di gesti semplici ma immutati durante i quali i rapporti si consolidano e nell'aria vibra una magia che per fortuna non si logora con il passare degli anni. Il premio non sta nel risultato ma proprio in tutti quei gesti utili ad ottenerlo.

( instagram )

19.2.17

L'anomalia del fotografico


Fonte : photographers.it

Vado al cinema fin dalla più tenera infanzia. Dal 1975 rinnovo, quasi senza soluzione di continuità, la tessera AIACE ed ho visto centinaia e centinaia di film, in prevalenza d'autore. Amo il cinema. Eppure non ho mai nemmeno pensato di girare un metro di pellicola. Di fare un mio film.

Entro ed esco dalle gallerie d'arte, dai musei, dalle collezioni; acquisto libri d'arte e monografie dei pittori che prediligo. Amo la pittura. Mai pensato però di fare un quadro nemmeno quando ero al Liceo artistico e men che meno all'Accademia Albertina.

Leggo romanzi da sempre, fin da quelli "per ragazzi" che divoravo ancora bambino, mai pensato di scriverne uno mio.

Sono solo tre esempi personali di come esista comunemente un interesse per un'attività espressiva slegato dal desiderio di praticarla in prima persona. Esistono mercati, anche molto grandi, fatti dalle persone che amano "nutrirsi" di qualche forma d'arte senza per questo mai immaginare di diventarne produttori.

Nel fotografico non è così. Non incontro che estremamente di rado qualcuno che mi dica di amare la fotografia, ma di  non praticarla mai, nemmeno per impulso compulsivo con uno smartphone. Esistono i cinefili, ci sono gli amanti dell'arte, i divoratori di letteratura, ma scarseggiano i "degustatori di fotografie" che non siano poi anche interessati a produrne di proprie in competizione, magari mutatis mutandis, con gli autori che dichiarano di preferire.

Si costituisce così un pubblico amatoriale di natura ambigua, spesso più concentrato sulle proprie produzioni che sulla tradizionale amatorialità per la forma espressiva preferita. Spendono soldi in tecnologia con grande generosità, attenti ad ogni più piccolo cenno innovativo dell'industria, ma si riservano di acquistare più in là un fotolibro, una monografia, un saggio sul fotografico o di approfondire in seminari, incontri e conferenze gli aspetti teorici e storici del fotografico. Corrono ad affollare le mostre dei mostri (sacri), ammannite con furbizia dal marketing di chi possiede le loro icone venerate, in genere provenienti da fotoreporter molto anziani, se non defunti. Eventi rassicuranti pieni di "belle fotografie" che per la loro distanza dalla contemporaneità mettono d'accordo le zie, quelle che fanno la fila anche alle mostre degli Impressionisti, con i nipotini, emulanti cacciatori di momenti, più o meno decisivi.

Nascono e fioriscono contest per far giocare le masse dei fotografanti, pensate persino come parodie della maratona olimpica. Fioccano le serate glam, con tanto di apericena cool, dove farsi notare con la sveglia al collo, sostituita da fotocamere delle marche più desiderate. Segno dei tempi? Non penso. Piuttosto peccato originale. Fin da subito, per un motivo che mi rimane misterioso, il fotografico ha fatto cagliare questa nuova genia di amatori-produttori, come altre arti non hanno saputo fare. Forse la facilità relativa di ottenere cose visibili, non per questo immagini, ma cose appunto? Forse anche altro. Resta il fatto che il peccato lo si continua a scontare con una incapacità del mercato del fotografico, quello autoriale, di fare massa sufficiente di amatori che vogliano investire il loro denaro non per emulare i loro beniamini, ma per avvicinarne, possederne, collezionarne, studiarne le opere. Questa è l'anomalia del fotografico.

15.2.17

Ulisse è un fotoamatore e non se ne vergogna


Fonte : smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it

Per favore, lasciamo stare la fiaba del "contadino fotografo". Lo so, suona bene, è poetica e colpisce la fantasia, e poi sta tutta in una riga di titolo, e questo ai giornalisti come me piace tanto tanto.

Ma non fa capire molto, e per quanto benintenzionata la trovo anche un tantinino sgarbata, per dirla tutta.

Direte: però Ulisse Bezzi è fotografo, ed è contadino. Vere entrambe le cose. Ma non è fotografo perché contadino, e neppure nonostante sia contadino, insomma accostare quelle due cose, pur vere, finisce per creare una mitologia tanto naïf e romantica quanto falsa, quella del genio selvatico, come se parlassimo di una Biancaneve della fotografia scoperta un bel giorno dal principe azzurro di una grande galleria d’arte di New York. [...]

Ulisse, intanto, non lo voleva fare, il contadino. Voleva fare il maestro di scuola.
Voleva studiare. Ma il padre gli lasciò il podere di San Pietro in Vincoli e lui, come si faceva una volta, accettò il posto che la sorte gli aveva riservato, e per una vita intera dedicò le sue braccia agli alberi di pesche.

Ma non i suoi occhi. Da qualche parte, quella voglia di scoprire e di sapere trovò uno spiraglio per passare. Che sia stata la fotografia a chiamarlo è cosa che quasi non sa spiegare lui stesso, sa solo che si trovò fra le mani quella Rolleicord che non avrebbe mai potuto comprarsi da solo, ma che il fotografo del paese gli prestò (quanto gliene siamo grati) dicendogli «a me non serve, me la pagherai poi quando hai i soldi».

Forse è il caso che ve la facciate raccontare dalla sua voce, quella storia, nel delicato, accurato videoritratto-intervista che gli dedicarono dieci anni fa Alessio Fattori e Bruno Belardi, Il viaggio figurativo di Ulisse Bezzi.

Vi anticipo che a un certo punto lo sentirete dire cose come «io lavoro per l’estetica», oppure «sentivo un grande bisogno di esprimermi con le fotografie, se non ci riuscivo ci soffrivo, stavo male davvero», «forse le mie foto sono nate da dolori che avevo dentro di me» oppure «so benissimo quando ho fatto la foto giusta, ancora prima di vederla stampata», oppure «in camera oscura io sono molto esigente, stampo solo una su dieci, ci passo delle giornate finché non viene come voglio».

Queste non sono le espressioni di chi non sa quel che fa. Sono le espressioni di chi fa quel che sa. Queste frasi appartengono al modo di pensare di quella genìa speciale di homo photographicus che per qualche oscuro motivo i critici e i curatori non vogliono chiamare con il suo nome, che è un bel nome e al diavolo chi se ne vergogna: il fotoamatore.



Ulisse Bezzi è stato un fotoamatore, infatti non se ne vergogna. A Savignano è venuto con la spilla dorata rossa della Fiap appuntata al bavero, anche se nessuno gli ha chiesto cosa significa. Ve lo dico io: Bezzi ha partecipato a decine, forse centinaia di concorsi, gare, premi, in quella olimpiade permanente che fu, e in parte è ancora, l’agonistica storia del fotoamatorismo italiano, fatta di schiere ben ordinate, gare, gradi quasi militari, premiazioni, medaglie. [...]

Poi succede che Keith De Lellis si imbatte nel suo nome, vede una sua foto da qualche parte. De Lellis ha una nota galleria a New York. È il gallerista che, tra l'altro, “ha il neorealismo italiano” e lo vende ai collezionisti americani che ne vanno ghiotti.

In cerca di nuovi gioielli per la sua vetrina, De Lellis un anno fa scrive a casa Bezzi chiedendo se può acquistare qualche sua fotografia. Non riceve risposta. Dopo qualche mese prende un aereo e va di persona a bussare alla porta del casolare. Questa volta torna in America con trentacinque stampe vintage, come si dice nella lingua dell’art business.

Un pezzo di fotografia italiana che emigra oltre oceano. Ce ne dobbiamo dispiacere? Forse un po'. Ma per noi stessi. Qualcuno, in Italia, ha mai proposto qualcosa a Ulisse? [...]

E certo che era bravo, accidenti. Guardate voi stessi. [...]

Io cerco di immaginare Ulisse in quegli anni. Per quanto immerso nelle campagne romagnole, non viveva nella giungla. C’erano le edicole, i rotocalchi, i fotoromanzi, si andava al cine, arrivò la televisione.

Conosceva qualche fotografo, nell'intervista accenna a un pittore che «mi ha insegnato la composizione», ad altri artisti locali. Anche Ulisse viveva nella civiltà dell’immagine.

Ma lui, di quella iconosfera, seppe prendere il meglio. Filtrò il caos visuale e lasciò passare quel che valeva. Qui, se mi passate la parola, sta il genio.

Non è dna. È capacità di apprendere da tutto quel che hai a disposizione. E questo succede quando hai voglia, ma una voglia bruciante, una vera sete, di vedere qualcosa oltre gli alberi.

13.2.17

Robe di Asia

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/35

Ascoltando robe di Asia


11.2.17

Cento anni di Leica, un secolo di fotografia


Leica è un prestigioso marchio tedesco il cui nome trae origine dalle iniziali del cognome del suo fondatore Ernst Leitz e dalle prime due lettere della parola camera.

A presentare l'incontro è Andrea Pacella, marketing manager di Leica Camera Italia e Direttore di Leica Akademie.

Con lui faremo un viaggio attraverso le più importanti fotografie del XX secolo e le fotocamere con cui sono state scattate, a partire dalla Leica I.

Tutto ha inizio nel 1914 quando viene ultimata la realizzazione della Ur-Leica, capostipite delle fotocamere Leica e base di tutte le fotocamere 35 mm giunte fino ai giorni nostri.
Con la Ur-Leica si afferma il formato 35 mm che diventa in brevissimo tempo un riferimento mondiale della fotografia e che ancora oggi mantiene il suo primato, dopo essersi integrato perfettamente anche nel mondo della fotografia digitale.
Prima indice della dimensione della pellicola fotografica, oggi riferimento della dimensione del sensore della macchina.

Ecco il resto del racconto :

8.2.17

La bellezza in fotografia

Adams è tra i pochi fotografi di oggi a volersi confrontare direttamente con problemi e termini "inattuali" come bellezza, verità, forma, composizione, novità; con la rappresentazione del male, il senso della critica, le possibili riconciliazioni con la nostra geografia. Dalle fotografie di una serie di importanti fotografi Adams ricava indicazioni, stupori, rivelazioni. Dalla loro lettura emerge una nuova consapevolezza circa le possibilità e il ruolo della fotografia nel nostro mondo. "Il mio scopo, ha detto Robert Adams, è di far intravedere il potere dei nostri occhi, non le potenzialità di un'apparecchiatura fotografica".

84 pagine
ISBN-10 : 8833923932
ISBN-13 : 978-8833923932
Link Amazon


Un breve estratto del libro :


Cancer city

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/34

Welcome to Cancer City!
( instagram )

Lo stabilimento da oltre un secolo fa il buono e il cattivo tempo del territorio decidendo della vita, del lavoro e della morte dei cittadini. ( leggi )


7.2.17

Storie di un istante


"Foto storie di un istante" è una serie di documentari realizzata da ARTE France che illustra l'avventura dell'arte fotografica, dalla sua nascita ai giorni nostri. Tra rigore scientifico, inventiva e bellezza visiva, una raccolta documentaria tanto ambiziosa quanto accessibile per scoprire ciò che si nasconde al di fuori dell'inquadratura.Tecniche d'animazione permettono di interrogare le fotografie stesse. "Svegliando" così immagini fisse, il film mostra le scelte ed i casi che li disciplinano e gli elementi da cui derivano la loro forza. Lo spettatore scopre il lavoro sull'inquadratura e la luce, i metodi di fotomontaggio e questa parte complessa che si gioca tra la fotografia, l'immaginario ed il reale.

Puntate :

> Episodio 1 - Gli inventori
Come riprodurre, attraverso un'immagine, la realtà quando non si sa né disegnare, né dipingere? Questo sogno richiederà vari tentativi prima di arrivare ad un'invenzione che catturerà un quadro preciso della realtà, utilizzando come unico mezzo la luce. Realizzati tra 1820 e 1840, i lavori di Niepce, Talbot, Bayard e Daguerre rivoluzioneranno il nostro rapporto con la realtà.

> Episodio 2 - I primitivi
In mezzo al XIX secolo, venticinque anni dopo la sua invenzione, la fotografia appare come una curiosità scientifica. Ma tra 1850 e 1860, una decina di personalità, in Francia ed in Inghilterra, si batteranno per fare ammettere che la fotografia è un'arte. Fra esse, Nadar, Gray, Baldus, Robison, Rejlander e Fenton furono i primi ad esplorare le possibilità della creazione fotografica e le sue relazioni con il reale. Quest'episodio ci fa scoprire in modo ludico "i segreti di fabbricazione„ di questi pionieri che, in alcuni anni, hanno messo a fuoco una grammatica fotografica complessa.

> Episodio 3 - Pittorealismo
La fotografia è un'arte o una semplice tecnica di riproduzione della realtà? Il dibattito ricompare alla fine del 1880 con il movimento pittorialista, che respinge il realismo e l'esattezza per una fotografia "artistica" ricercando la soggettività e "l'offuscamento" del disegno e della pittura. La sua preferenza va ad argomenti storici, mitologici, religiosi, paesaggistici, nudi accademici. È "un'avanguardia alla rovescia" i cui grandi maestri furono Robert Demachy, Alvin Langdon Coburn, Frank Eugene, Edward Steichen, Alfred Stieglitz

> Episodio 4 - Nuove visioni
"Il nuovo fotografo" fenomeno tipicamente europeo, il cui trionfale arrivo è annunciato dalla critica degli anni venti. È il cugino dell'uomo nuovo che l'Europa spera di vedere nascere dalle ceneri del vecchio mondo, nel periodo successivo alla prima guerra mondiale. Quest'avanguardia fotografica, spesso politicamente impegnata all'estrema sinistra è strettamente legata alla cultura urbana da cui ha origine: inquadrature dal basso verso l'alto, squilibri volontari della composizione dell'immagine, inquadrature insolite, deformazione ed altre scoperte esaltano soprattutto il dinamismo e la modernità delle macchine e delle città, attraverso Moholy-Nagy, Umbo, El Lissitzky et Rodtchenko.

> Episodio 5 - Fotogiornalismo
Cartier-Bresson, Brassaï, Capa, Koudelka, Lange, Weegee, Smith, Avedon sono fra le figure più famose della fotografia del xx° secolo. L'opera di questi fotografo-autori nasce a partire dagli anni trenta crescendo fino agli anni cinquanta con e per la stampa illustrata, la quale sta attraversando un periodo di forte espansione. Grazie ad essa, le loro immagini hanno conosciuto una diffusione senza precedenti.

> Episodio 6 - Surrealisti
Si chiamano Man Ray, Dora Maar, Alvarez Bravo, Brassaï, André Kertesz, Henri Cartier-Bresson. Sono fra i più grandi nomi della fotografia del xx° secolo. Nessuno di loro fa parte del gruppo surrealista. Ma, negli anni 30, le loro immagini incarneranno ciò che il surrealismo ha di più intenso, più di vivo...

> Episodio 7 - Messe in scena
La storia della fotografia non cessa di oscillare tra due poli. Da un lato, l'esplorazione del reale, al quale sembra naturalmente predestinata, dell'altro l'allestimento, l'invenzione, l'immaginario. Durante la prima metà del xx° secolo, la fotografia è per lo più realistica. Ma a partire dagli anni 60, "la messa in scena fotografica" ritorna in primo piano, sotto l'influenza del cinema, del teatro o della scultura. Attraverso Ralph Eugene Meatyard, Duane Michals, Mac Adams, Cindy Sherman, Jeff Wall, Bernard Faucon, David Levinthal.Non si tratta più di osservare un momento di verità ma raccontare una storia.

> Episodio 8 - Nuova oggettività
Nato nella Germania degli anni trenta, Bernd Becher e sua moglie Hilla si lanciano in un'impresa strana: fare l'inventario fotografico di edifici industriali destinati a scomparire: serbatoi d'acqua, silos, altiforni... Nello spazio di trenta anni, il becher ed i loro "allievi„ hanno radicalmente trasformato la pratica fotografica attraverso quella che fu la Scuola di Düsseldorf, come fondatori di quella che è stata denominata scuola dei Becher influendo sia sulla fotografia documentaria sia sugli artisti loro allievi; tra i quali ci furono Candida Höfer, Petra Wünderlich, Thomas Struth, Thomas Ruff e Andréas Gursky i quali saranno fra i fotografi più influenti della fine del xx° secolo.

> Episodio 9 - L'intimità
Fin dagli anni 1960, fotografi cercano di sfuggire alla vocazione "oggettiva" del loro mezzo. Ma negli anni ottanta, con Peter Bird, Nobuyoshi Araki, Nan Goldin e Antoine d'Agata, spingeranno la fotografia intimista al limite del voyeurismo e della trasgressione, l'apparecchio diventa "taccuino" del quotidiano, strumento d'introspezione, diario. Una dimensione autobiografica presente fin dall'inizio del secolo, con il lavoro di Jacques-Henri Lartigue, che captava i momenti familiari della propria vita.

> Episodio 10 - Immagini trovate
La fotografia ha dato vita a una nuova memoria visiva, fatta di miliardi di immagini. I fotografi se ne approprieranno e trasformeranno le immagini scattate rendendole l'argomento del loro lavoro. Di fotomontaggi dadaisti allo stile duchampiano ed audace di Sherrie Levine, il cui gesto artistico consisté nel firmare a suo nome opere di Walker Evans, di August Sander e di Alexander Rodtchenko, tutta una corrente della fotografia si basa su un principio d'appropriazione, di cui Stan Neumann rende conto attraverso le forme che genera; e ancora Thomas Ruff, Hannah Höch, El Lissitzky, John Heartfield, Linder Sterling.

5.2.17

Ho bisogno di stare da solo, devo ascoltare il luogo


Fonte : www.themammothreflex.com

Tratto dall'intervista al fotografo e regista Wim Wenders, a cura del critico fotografico Francesco Zanot, presente nel libro "Wim Wenders. America"

L’immagine fissa tende a evocare la dimensione temporale dell’eterno. Il cinema invece implica sempre una fine o una qualche forma di completamento, perché è anzitutto una narrazione, almeno per la maggior parte del tempo, e in fondo la caratteristica principale di una storia è avere un inizio e tendere verso una conclusione. È altrettanto vero che guardare una fotografia lascia l’osservatore libero di immaginare ciò che è accaduto prima e dopo lo scatto o, al contrario, di rifiutare una simile idea di passato e futuro e prendere il singolo momento fissato nella foto, come fosse una “capsula del tempo”. [...] Forse c’è un minore controllo sulla reazione dello spettatore, comunque tutta la questione del “controllo” (o meglio della “responsabilità”) che la fotografia comporta – in contrasto col cinema – mi sembra molto discutibile. [...] Qual è davvero il concetto di tempo evocato dall’immagine fotografica? E non parlerei della fotografia in generale, ma del mio stesso lavoro, così il discorso diventa molto più specifico… In quale contesto temporale mi pone l’atto del fotografare? Come fotografo, di solito guardo un luogo, sia esso una strada, una casa, un paesaggio o qualsiasi altra cosa. Il più delle volte non ci sono persone nell’inquadratura e se ci sono, spesso aspetto fino a quando se ne sono andate. Se decido di includerle, sono figure piccole, distanti, “fuse nel paesaggio”. Ma la cosa principale è il luogo in sé. Nel mio libro il luogo è un personaggio, e come tale anche un narratore. Questo luogo ha una Storia che racconta altre storie. Queste storie sono visibili, sono trascritte per essere viste o ascoltate. Queste storie si rivelano sia nei dettagli sia nell’aspetto complessivo del luogo. Occorre solo essere disposti a lasciare che il luogo ci faccia conoscere le sue storie. La fotografia colloca il luogo “al di fuori del tempo” [...] ma permette anche di studiare la sua “attualità” con maggiore precisione. L’atto del fotografare innalza il luogo e le sue storie in un’eternità, in cui la sua stessa condizione temporale può essere ingrandita, studiata e testimoniata “per sempre”. Così l’immagine fotografica fa entrambe le cose: disvela l’eternità e al tempo stesso la rende obsoleta, ce la mostra solo per farla sparire subito dopo. [...] È proprio questa contraddizione immanente in ogni foto che rende l’atto del fotografare così attraente ai miei occhi, così unico e “sacro” – è difficile trovare altre parole. In ognuna di queste immagini avvertiamo la natura del tempo, l’essenza della mortalità e dell’immortalità. Il cinema è diverso, nel senso che il film impone il proprio tempo. Ogni film è un’architettura nel tempo, ed è dotato di regole proprie. Il lavoro filmico impone un controllo mentre la fotografia libera dal controllo. [...]

Andare in giro per scattare delle foto implica lunghe ore alla guida. È da tanto ormai che tengo le mie due professioni nettamente separate. Quando devo girare un film, non porto mai le macchine fotografiche con me; allo stesso modo, quando voglio fare delle foto, non penso minimamente a un film. Quando faccio il regista viaggio in compagnia, come fotografo invece ho bisogno di viaggiare da solo. L’unica persona con cui riesco ad aver a che fare è mia moglie Donata, sia perché facciamo sempre tutto insieme, sia perché lei è una fotografa che segue vie molto diverse. Le sue immagini sono solo in bianco e nero e il suo lavoro è molto più guidato dall’interesse per la gente. Abbiamo fatto vari viaggi insieme; di solito quando siamo nella stessa città, ci separiamo al mattino e ognuno va per la sua strada, poi ci si incontra di nuovo la sera. Poiché lavoriamo tutti e due in pellicola, di solito vediamo i nostri provini a contatto solo a distanza di settimane, e pur essendo nella stessa città rimaniamo entrambi stupefatti da ciò che l’altro ha visto, in quali luoghi – o persone – si è imbattuto. Guardiamo i provini insieme e ci aiutiamo a vicenda nella scelta. Ma sto divagando… [...]

Nel cinema, il narratore sono io. Sono io ad avere in mente personaggi, biografie, storie. Le “location”, pur essendo della massima importanza per me, che voglio sempre trattarle come “personaggi” veri e propri, passano necessariamente in secondo piano. Quando fotografo invece, arrivo con la mente sgombra, “vuota”, ma niente affatto poco interessata alla “storia”. Solo che in questo caso non racconto, piuttosto sono pronto ad ascoltare. Questi luoghi da cui sono attratto (ed è esattamente questa la ragione del loro fascino) hanno un sacco di cose da dire. In effetti, spesso iniziano con Once upone a time, “c’era una volta”, solo che non sono io a comporre il racconto, ma loro stessi. E ciò che sono pronto ad ascoltare è fondamentalmente la storia del loro incontro con noi, con gli individui, con la razza umana. Anche se fotografo rigorosamente luoghi, alla fine, il mio interesse è rivolto all’umanità. Voglio sapere quello che il pianeta può dire su di noi che lo abitiamo, che ne facciamo uso e abuso. Lasciamo tracce ovunque, e sono queste tracce che cerco di testimoniare con le mie fotografie. [...]

L’approccio e tutta la mia “tecnica” sono empirici e dettati da ciò che ricevo dal luogo. Cerco di essere il più ricettivo possibile. Ecco perché non posso avere nessuno accanto o dietro di me. Devo ascoltare il luogo. Qualsiasi conversazione con qualcuno che mi stesse vicino metterebbe fine a quel dialogo. Ho bisogno di stare da solo. [...]

Quando sono stato nel West americano per la prima volta, non riuscivo a credere che fosse stato abbandonato in maniera così profonda e definitiva – gli americani direbbero for good (per sempre). Allo stesso tempo sono rimasto molto colpito dal modo in cui questo paesaggio così aspro e forte avesse resistito a ogni tentativo di domarlo, tanto che alla fine la gente ci ha rinunciato ed è andata via. Per questo ho fotografato il cartello con la scritta sbiadita “Western World Development Tract”. Un’intera storia era racchiusa in queste quattro parole: grandi progetti concepiti per sviluppare una città intera. (C’erano anche tracce di strade già pianificate. Una striscia di asfalto in mezzo al nulla e un cartello con la scritta “Avenue Z”. Probabilmente esistevano anche le altre 25 lettere.) Dopo di che il deserto aveva messo in chiaro che non aveva alcuna intenzione di arrendersi o retrocedere. Così i promotori immobiliari e gli investitori persero tutti i loro soldi e non trovarono nessuno che fosse così ingenuo da credere alle loro promesse… [...]

[ leggi il post completo ]

4.2.17

Aspettando la libertà

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/33

Aspettando la libertà, notte dopo notte.
( instagram )

--------------------------

La verità di Brunori Sas

Te ne sei accorto sì,
che parti per scalare le montagne
e poi ti fermi al primo ristorante
e non ci pensi più.

Te ne sei accorto sì,
che tutto questo rischio calcolato
toglie il sapore pure al cioccolato
e non ti basta più.

Ma l’hai capito che non serve a niente
mostrarti sorridente
agli occhi della gente
e che il dolore serve
proprio come serve la felicità.

Te ne sei accorto sì,
che passi tutto il giorno a disegnare
quella barchetta ferma in mezzo al mare
e non ti butti mai.

Te ne sei accorto no,
che non c’hai più le palle per rischiare
di diventare quello che ti pare
e non ci credi più.

Ma l’hai capito che non ti serve a niente
sembrare intelligente
agli occhio della gente
e che morire serve
anche a rinascere.

La verità
è che ti fa paura l’idea di scomparire,
l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà
finire.

La verità
è che non vuoi cambiare,
che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
a cui non credi neanche più.

La verità
è che ti fa paura
l’idea di scomparire,
l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà
morire.

La verità
è che non vuoi cambiare,
che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
a cui non credi neanche più.

3.2.17

Il fotografo (documentario del 1948)


In questo documentario su Edward Weston, girato nel 1948 dal regista Williard van Dike, la macchina da presa segue il grande fotografo americano nel corso delle sue escursioni fotografiche e in camera oscura, svelando la poetica dell'artista.
Il documentario fu realizzato quando la sua energia leggendaria stava venendo a mancare, gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson e, molto presto, non avrebbe più potuto utilizzare fotocamere di grande formato.
Realizzò la sua ultima fotografia proprio in quell'anno.

2.2.17

Lettera al nipote


Fonte : pensierifotografici.wordpress.com

Pubblicata su questo libro : Sergio Larrain : vagabond photographer

“La cosa più importante è avere una macchina fotografica che ti piaccia, quella che tra tutte ti piace di più. Devi sentirla bene, e devi essere soddisfatto di tenerla in mano. Lo strumento è fondamentale per chiunque eserciti un mestiere. E dovrebbe essere semplice, esattamente quello di cui hai bisogno, niente di più e niente di meno; una buona macchina é la Pentax con il macro 1:1; Panchito ne ha una, mi pare, vai a darle un’occhio. Poi hai bisogno di un ingranditore per il 35 mm che ti piaccia, uno che sia il più efficiente e semplice possibile; il modello più piccolo della Leitz é il migliore e ti durerà una vita. La Leitz ha una filiale a Santiago, li possono importare.

Poi devi uscire e cercare l’avventura, come una nave che salpa con le vele spiegate; vai a Valparaiso o nell’arcipelago di Chiloé, o cammina per le strade tutto il giorno; vagando, vagando continuamente in luoghi che non ti sono familiari, e quando sei stanco, siediti sotto un albero, comprati una banana o del pane … Nient’altro, prendi un treno, vai in qualche posto che ti incuriosisce e dagli un’occhio, lascia perdere i posti che conosci, esplora i luoghi e le cose che non hai mai visto prima, permetti ai tuoi desideri di guidarti, viaggia fra un luogo all’altro, vai ovunque tu voglia … E poco a poco, scoprirai delle cose. E le immagini inizieranno ad arrivare, come apparizioni; prendile.

Poi, quando sarai tornato a casa e le avrai sviluppate, fai delle stampe e inizia a guardare il tuo bottino, tutti i pesci che hai pescato … Attaccale al muro con del nastro adesivo, stampale in formato cartolina e guardale … Inizia a giocare con la L, cerca dei tagli, immagini da inquadrare, e imparerai la composizione e la geometria, puoi trovare l’inquadratura perfetta con una L (due pezzi di cartoncino messi a forma di L). Fai degli ingrandimenti delle composizioni che hai fatto e attaccale sul muro. Per viverci insieme, per vederle quando passi.

Se sei sicuro che una foto non é buona, buttala! Prendi le migliori e attaccale un po’ più in alto sul muro, alla fine tieni solo quelle buone e nessun’altra. Tenere quelle mediocri ti condannerà alla mediocrità. Tieni solo il meglio, butta il resto, perché tutto quello che tieni verrá trattenuto nel tuo inconscio.

Poi fai un po’ di esercizio fisico, occupati di altre cose e non ti preoccupare. Inizia a guardare il lavoro di altri fotografi, cercando la qualitá in tutto quello che ti capita di vedere, libri, riviste, etc. Scegli il meglio e, se puoi, ritaglia quelle buone e attaccale al muro insieme a quelle che hai fatto tu. E se non le puoi ritagliare, apri il libro o la rivista alla pagina che ti piace e lasciala aperta, in mostra. Lasciale lì per settimane o mesi, in modo che vengano assorbite – imparerai molto, guardando. Poco a poco ti riveleranno i loro segreti, imparerai cosa é buono e vedrai la profondità di ciascuna.

Continua a vivere tranquillamente, disegna. Passeggia e non forzarti mai a fare foto perché se lo fai la poesia andrà perduta e la vita che contengono ne resterà paralizzata. È come forzare l’amore o l’amicizia, semplicemente è impossibile.

Quando sei pronto a ricominciare, puoi partire per altri viaggi e vagabondaggi, vai fino a Porto Aguirre, puoi andare a cavallo fin giù ai ghiacciai, da Aisén … Valparaiso é sempre meravigliosa, perdersi nella magia, passare qualche giorno esplorando le colline e le strade e passando la notte in un sacco a pelo da qualche parte … Trovando la realtà, come nuotando sul fondo del mare, senza niente che ti distragga, dove niente é come te lo aspetti, cerchi di muovere un passo nelle tue espadrillas, lentamente, come se fossi stato purificato, desiderando vedere … cantando piano.

Fotograferai ciò che trovi, con grande attenzione; avrai imparato ad inquadrare e a comporre; ora fallo con la macchina … E poco a poco, la borsa si riempie di pesci e torni a casa. Impara a regolare l’apertura, cambia il primo piano, saturazione, velocità, etc. Impara a giocare con tutte le possibilità che la tua macchina ti offre.

Ti avvicinerai alla poesia, la tua, quella di altre persone, lasciati ispirare da quello che altri hanno fatto bene; il MoMA a New York ha pubblicato vari libri, mio padre ne ha alcuni nella sua biblioteca; fai una raccolta di fotografie eccellenti, un piccolo museo, in un raccoglitore. Fai quello che vuoi fare e niente altro, fidati solo del tuo gusto. Tu sei vita e vita é ciò che scegli, lascia perdere quello che non ti piace, non usarlo. La tua scelta é quello che conta, ma usa il lavoro degli altri come ispirazione.

Farai progressi.

Quando avrai varie foto davvero buone, fanne degli ingrandimenti e esponile in una piccola mostra, o fai un piccolo libro. Rilegale insieme, guarda cosa ho fatto io durante il mio apprendistato, lo trovi nella biblioteca di mio padre. È così che stabilirai uno standard di base. Mostrando il tuo lavoro, diventerai più bravo a distinguere il buono dal cattivo confrontandolo con il lavoro degli altri, avvertirai la differenza.

Organizzare una mostra vuol dire offrire qualcosa, come offrire da mangiare, è una bella cosa per gli altri mostrar loro del lavoro fatto con gusto, non é fare sfoggio, è una buona cosa, una cosa sana per tutti. Ed è un bene anche per te perché ti permette di capire a che punto stai.

Dunque ora hai quello che ti serve per iniziare. Hai solo bisogno di cominciare ad andare in giro molto, di sederti sotto un albero da qualche parte … Una passeggiata solitaria nell’universo, che improvvisamente vedi per la prima volta. Il mondo convenzionale é un paravento, devi passare oltre, quando fai fotografie.

Ciao.

Ti scriverò ancora più avanti.
Trovare la tua verità è la chiave di tutto”.

Sergio Larrain, 1982

1.2.17

Decorazioni floreali

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/32

Cercando... casa. Decorazioni floreali.
( instagram )