17.9.17

La Sassa

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/61

La Sassa (o Sassa) è una frazione del comune di Montecatini Val di Cecina in provincia di Pisa.

> instagram

13.9.17

Fotogiornalismo fra passato e presente - Uliano Lucas


Uno dei più significativi testimoni del fotoreportage italiano, formatosi negli anni ’60 nell’ambiente di Brera e del bar Giamaica, ed impegnato come freelance testimone delle evoluzioni del costume e della società. In questo incontro, una testimonianza sull'evoluzione del fotogiornalismo.

Formatosi giovanissimo nell’ambiente di Brera e del bar Giamaica, luogo di artisti, giornalisti e fotografi della Milano anni ’60, ha collaborato nel corso di questi ultimi quarant’anni, sempre da freelance, con settimanali e quotidiani italiani ed esteri. Come inviato ha seguito per anni la decolonizzazione dell’Africa e le guerre di liberazione in Angola, Guinea Bissau, Mozambico ed Eritrea, ha documentato la realtà del Medio Oriente, la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia, la vita degli emigranti in Europa, la contestazione studentesca, gli anni del terrorismo, il mondo del lavoro e le sue trasformazioni. È autore di numerosi libri: ad oggi, oltre 50 libri di sue immagini, altri 75 come coautore, 35 come curatore. Sono più di 60 le mostre personali dedicate al suo lavoro e circa 70 le collettive. Direttore dell’immagine dell’Illustrazione Italiana dal 1982 al 1986, del mensile Tempo nel 1985 e del bimestrale Azimut dal 1980 al 1986, si è occupato di svariati progetti editoriali, ideando e curando collane di libri fotografici




..........................

La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia


Le milioni di immagini che popolano ormai il nostro mondo ci aiutano ancora a vedere e capire la realtà che ci circonda o invece la nascondono come uno schermo, calandoci in un gigantesco "Truman Show"? Un'immagine è ancora in grado di stupirci e sconvolgerci? Nel 1922 Marcel Duchamp scriveva ad Alfred Stieglitz:" Sai esattamente cosa penso della fotografia. Vorrei che portasse a disprezzare la pittura finché qualcos'altro a sua volta renderà insopportabile la fotografia". Quel momento è forse arrivato? Il fotogiornalismo sta morendo per obsolescenza? Ha esaurito la sua funzione storica? Ricostruendo i percorsi di oltre cento anni di storia del fotogiornalismo italiano il libro ci conduce fino a queste domande. Ragiona sulle funzioni attribuite nel secolo scorso alla fotografia d'informazione e sulle caratteristiche e i limiti che ne hanno segnato l'evoluzione in Italia. Analizza le scelte culturali e politiche del nostro fotogiornalismo, seguendo la storia delle testate e quella dei fotoreporter. Esamina i generi e gli stili, il rapporto fra la fotografia e la sua messa in pagina, le diverse prospettive e sensibilità con cui i fotogiornalisti italiani hanno scelto di osservare e raccontare la realtà. Descrive l'intreccio fra le trasformazioni del paese e quelle della stampa, i cambiamenti del linguaggio del fotogiornalismo in rapporto alle mutate richieste della società.

Copertina : rigida
Pagine : 595
Editore : Einaudi
Collana : Saggi
ISBN-10: 8806162012
ISBN-13: 978-8806162016

11.9.17

8.9.17

In difesa di una visione povera ma genuina - Ugo Mulas


Tratto dal libro "Il pensiero dei fotografi" di Roberta Valtorta :



Biografia (tratta da archimagazine.com ) :

Ugo Mulas (Pozzolengo, Brescia 1928 - Milano 1973) è una delle figure più importanti della fotografia internazionale del secondo dopoguerra. La sua formazione di autodidatta si compie a contatto con l'ambiente artistico e culturale milanese che nei primi anni cinquanta si ritrova al Bar Jamaica. Dopo il debutto nel fotogiornalismo (1954) Mulas si impone rapidamente nei più diversi campi della fotografia professionale: contribuisce al rinnovamento dell'immagine di moda e di pubblicità, d'architettura e industriale, pubblicando in numerose riviste come "Settimo Giorno", "Rivista Pirelli", "Novità", "Domus", "Vogue" e "Du". In quegli anni il fotografo realizza una serie di reportage in Europa con Giorgio Zampa per "L'illustrazione italiana" e lavora con il Piccolo Teatro di Milano, sviluppando una collaborazione artistica con Giorgio Strehler.

Negli anni l'attenzione al mondo dell'arte diventa il principale progetto personale del fotografo. Mulas fotografa le edizioni della Biennale di Venezia dal 1954 al 1972 e intraprende un'intensa collaborazione con gli artisti. Nel 1962 documenta la mostra Sculture nella città a Spoleto dove si lega soprattutto agli scultori americani David Smith e Alexander Calder. Mulas alterna i ritratti e le immagini degli artisti al lavoro - come nelle celebri serie di Alberto Burri (1963) e di Lucio Fontana (1965) - e coglie gli aspetti mondani, illustrando le gallerie e le case dei collezionisti. Di questo periodo è anche la serie dedicata a Ossi di Seppia di Eugenio Montale (1962-1965).
Dopo la rivelazione della Pop Art alla Biennale del 1964 Mulas decide di partire per gli Stati Uniti (1964-1967) dove realizza il suo più importante reportage con il libro New York arte e persone (1967). Gli incontri con Rauschenberg, Warhol e la scoperta della fotografia americana del New documents portano alle nuove ricerche della fine degli anni sessanta che superano la tradizione del reportage classico. I grandi formati, le proiezioni, le solarizzazioni, l'uso dell'iconografia del provino, sono elementi che Mulas recupera dalla pratica quotidiana del suo fare e dalle sperimentazioni pop.
In questi anni collabora alla documentazione di eventi artistici quali Campo Urbano (Como, 1969), Amore Mio (Montepulciano, 1970), Vitalità del Negativo (Roma, 1970) e il decimo anniversario del Nouveau Réalisme (Milano, 1970), con libri e cataloghi che sperimentano nuove soluzioni grafiche e concettuali. Mulas realizza anche la cartella fotografica su Duchamp (1970) e il progetto di un Archivio per Milano (1969-70) e collabora con il regista teatrale Virginio Puecher per le scenografie del Wozzeck di Alban Berg e il Giro di vite di Benjamin Britten (1969). La crisi del reportage, la ricerca di un nuova significazione per il linguaggio fotografico, ormai superato dal mezzo televisivo, porta Mulas ad uno straordinario lavoro di riflessione storico-critica sulla fotografia. Sono gli anni che vedono la nascita del progetto delle Verifiche (1968-1972), una serie che sintetizza in tredici opere fotografiche l'esperienza di Mulas e il suo dialogo continuo con il mondo dell'arte.
Le Verifiche sono l'ultima opera del fotografo che proprio in quel periodo si ammala gravemente. Questa serie si impone nel panorama internazionale per la radicalità dell'analisi e il rigore formale: una delle opere più significative del periodo che preannuncia l'attuale equilibrio tra arte e fotografia.

5.9.17

Stanley Kubrick, l'apprendista fotografo


Fonte : wikipedia.org - orizzontikubrickiani.it - vanillamagazine.it

Stanley Kubrick (New York, 26 luglio 1928 – St Albans, 7 marzo 1999) è considerato tra i più grandi e geniali cineasti della storia del cinema specie per la sua espressività lontana dai canoni hollywoodiani e la sua capacità unica di esplorare la gran parte dello spettro dei generi, senza farsi dominare dalle convenzioni, ma anzi trasfigurandole.
Malgrado i costi anche elevati che richiedevano i suoi film, ebbe in breve tempo carta bianca per tutte le fasi di lavorazione delle sue opere.
La passione per la fotografia è uno dei fili rossi della sua carriera: Kubrick poteva passare ore intere a studiare un'inquadratura, fino al punto da assillare gli attori che comunque lo hanno sempre trattato con un mistico rispetto ("è così modesto e sempre pronto a scusarsi che è impossibile essere offesi da lui" disse al riguardo George C. Scott). Ne viene fuori una cura ossessiva per i particolari dell'immagine, per la prospettiva e l'illuminazione, per la posizione degli attori e degli oggetti di scena, tanto che ogni suo film è studiabile in ogni fotogramma come "album di inquadrature".

Nacque a Manhattan (New York) il 26 luglio del 1928, primogenito di Jacob Leonard Kubrick (1901-1985), un medico statunitense nato da una famiglia ebraica di origini austriache, polacche e rumene, e di Sadie Gertrude Perveler (1903-1985), una casalinga statunitense, anch'essa di origine ebraica.

Il giorno del suo tredicesimo compleanno riceve in dono dal padre la sua prima macchina fotografica e si può dire che questo evento segni la svolta più importante della sua vita: seppur giovanissimo diviene un fotografo provetto ed esplora tutta New York a caccia di immagini da fissare con il suo obbiettivo, dimostrando già una ricerca spasmodica dell’inquadratura, ed un innato talento nel “fissare” il mondo attraverso le immagini. Una di queste foto viene notata: si tratta dell’immagine di un venditore di giornali affranto dalla morte di F. D. Roosevelt; la rivista “Look” la compra per 25 dollari.

A diciassette anni viene assunto nello staff di “Look” come apprendista fotografo.

"C'è un aforisma assai noto che dice che quando un regista muore diventa un fotografo. E' un'osservazione acuta ma un po' superficiale e di solito proviene da quel tipo di critici che si lamentano perché un film ha una fotografia troppo bella. Ad ogni modo ho iniziato come fotografo. Ho lavorato per la rivista Look dai diciassette ai ventuno anni. [...] Quell'esperienza per me ebbe un valore inestimabile, non solo perché imparai un sacco di cose sulla fotografia, ma anche perché mi fornì una rapida educazione su come andavano le cose nel mondo. [...] Mi divertivo tremendamente a quell'età, ma alla fine quegli abiti mi diventarono stretti, specialmente perché la mia massima ambizione era sempre stata quella di fare del cinema. I soggetti che Look mi assegnava erano in genere abbastanza stupidi. [...] Occasionalmente avevo l'opportunità di fare una storia interessante su qualche personaggio. Una di queste fu su Montgomery Clift, che era agli inizi della sua brillante carriera. La fotografia certamente mi fece compiere il primo passo verso il cinema. Per girare un film interamente da soli, come feci inizialmente io, si può non saperne molto di tutto il resto, però bisogna conoscere bene la fotografia" (tratto da Kubrick di Michel Ciment, 1999).



Il video sottostante illustra come Stanley Kubrick nelle proprie inquadrature utilizzasse abilmente la simmetria, con un’attenzione maniacale per la prospettiva, in particolare quella nella quale si trovavano i propri personaggi. Le scene e le inquadrature sono studiate quasi millimetricamente per ottenere una simmetria perfetta fra le varie parti della scena. Sia che si tratti di oggetti sia che si tratti di persone l’ordine delle cose è sempre perfetto e coerente, ponendo lo spettatore in uno stato quasi di contemplazione della scena, come di fronte ad un’opera d’arte rinascimentale.