17.10.17

Il rapporto fra parola e fotografia


Fonte : pensierifotografici.wordpress.com di Giuseppe Pagano

Singolare che su alcuni blog di spessore ci si occupi,  contemporaneamente,  del rapporto fra parola e immagine.  Può sembrare superficialmente una questione un po’ oziosa –  specialmente se considerata come un’opzione finale, da decidersi dopo che il processo strettamente fotografico ha compiuto il suo percorso (ecco la foto: metto il titolo, non lo metto, la spiego, non la spiego…) –  ma non è così:  l’argomento investe il senso del nostro fotografare  sino alle radici,  e una riflessione su questo può addirittura portarci – a ritroso- ad uno stravolgimento del nostro approccio, ad un cambio di direzione.
In “Come un cavallo selvaggio”, Fulvio Bortolozzo  sottolinea l’importanza di considerare il fotografico nella sua purezza,  nella sua capacità di generare significati, preservandola da strati di parole che oggi sempre più vanno a presentarla quando non a sovrapporsi. Veramente sincero e coinvolgente il suo intervento.
In “Quattro più uno fa molto” Michele Smargiassi ci propone qualche riflessione sulla “capacità della parola e dell’immagine di comunicare assieme, fianco a fianco, e di produrre un discorso sensato su qualcosa di  sensato”.
In un altro sito, che ora purtroppo non riesco più a ritrovare, recentemente è apparso un articolo dove si esortava i fotografi a scrivere. E – se non ne sono capaci – a far scrivere qualcun altro sui loro progetti. Pena, finire out.
In questo brevissimo spezzone di video Roberta Valtorta sottolinea come l’immagine abbia bisogno, per lo più,  della parola.

E si potrebbe andare avanti all’infinito, perché quasi in ogni saggio sulla fotografia si trovano almeno due paroline… sulle parole.

Chi ha ragione? In un certo senso tutti. Non  lo dico per eccesso di diplomazia.
Volendo estremizzare, ci sono fotografie che singolarmente pulsano, che aprono insondabili porte  dentro di noi, che nella loro ambiguità si prestano ad una ridda di ipotesi e interrogativi. Una sola parola, foss’anche il semplice titolo, sarebbe d’impiccio.
Ci sono fotografie che abbisognano del titolo, non come accessorio capace di accrescerne la leggibilità, ma addirittura quale corpo costituente dell’opera.
E ci sono tante, tantissime fotografie che necessitano di una spiegazione, per poter essere comprese.

Queste banalità ovviamente non sfuggono agli  autori, docenti e giornalisti sopra citati, ma evidentemente ognuno di loro evidenzia il fare fotografia più congeniale, costruzione o riconoscimento che sia.

E’ impossibile trarne una regola generale.  E’ però opportuno che il fotografo acquisisca coscienza della presenza o dell’assenza delle parole nel suo agire, e non solo nel momento della presentazione: la coerenza con i propri intenti prevede anche questa calibrazione.  Un processo di sintesi e di scarnificazione verrebbe incrinato dalla stessa didascalia che invece in un altro percorso concettuale sarebbe parte integrante e premeditata. Tout se tient.

E non possiamo certamente accusare di sincretismo un fine saggista come Claudio Marra, che nell’indispensabile  “Fotografia e pittura del novecento”   scrive: “…L’autarchia è profondamente sbagliata…” “… individuare una specificità artistica del mezzo, fuori da un serrato confronto con tutto il sistema arte, può anche portare a qualche contributo parziale,  ma alla fine rimane una scelta miope e senza sbocchi”.
La fotografia va quindi considerata alla luce di quanto le succede intorno, ma non solo: le commistioni fra i vari generi artistici hanno consentito negli anni accostamenti sempre più audaci, e francamente sembrerebbe poco credibile la costruzione di un fortino a difesa dall’infezione parolaia.

Rimane però il pericolo che il bla-bla imperante, in parte dovuto ad un mercato che deve in qualche modo giustificare promozioni altrimenti dubbie o esili, finisca per dilagare, negando spazi a silenzi visualmente più felici. Ben venga quindi l’intervento riequilibratore di Bortolozzo, a ricordarci che esiste anche altro, dove il suggerimento non sconfina nella spiegazione.

13.10.17

La fotografia è arte?


Fonte : flashartonline.it di Fabrizio Ferri

Cominciamo con il cercare una definizione condivisibile della parola ARTE.

ARTE è il lavoro, qualsiasi lavoro, che permette di creare ciò che prima non c’era, esprimendo se stessi.

Con il proprio lavoro gli artisti raccontano di sé, la propria visione del mondo o di quella parte di esso che osservano e da cui traggono ispirazione. Raccontano i propri sentimenti insieme a quelli degli altri. Mostrano il proprio punto di vista. In sostanza, esprimono. Dunque: L’Arte è il lavoro più utile al fine dell’esplicazione della funzione umana dell’espressione per tramite della creazione.
Alcuni artisti creano delle opere che qualcuno vuole possedere e che quindi le acquista. Ad altri il lavoro viene commissionato. Altri ancora creano opere che trovano spazio nei musei ove testimoniano lo stato dell’arte in un momento storico. Taluni artisti usano, raccontano, creano il “brutto”, componente essenziale per la rigenerazione. Talaltri contestualizzano o astraggono. Ma tutti lavorano per comunicare, condividere e affermare il proprio essere e vendere le loro opere. Il motivo principale per scattare una fotografia è quello di far vedere agli altri quello che abbiamo già visto, come lo abbiamo visto, come lo abbiamo “sentito”. A volte per ricordarlo e farlo ricordare.
Può accadere che qualcuno riesca in questa impresa così bene che tanti altri finiscono per voler vedere, o sentire, come lui. O anche “far” vedere agli altri come vede lui, come “sente” lui. E se per far ciò l’autore della fotografia viene pagato, farà il fotografo. Se non lo paga nessuno farà il fotoamatore. Così semplicemente nasce la fotografia commerciale. Più viene chiesto a un fotografo di rappresentare (comunicare) un prodotto dal suo punto di vista e più questo fa vendere il prodotto stesso, più il fotografo lavora e guadagna. E fa guadagnare il committente (cliente).
Un fotografo commerciale esprime se stesso raccontando il prodotto di un altro. Il suo punto di vista su quel prodotto, che trasporta e contestualizza nel proprio mondo per raccontarlo a proprio modo, può destare emozione e memoria. E può far vendere di più: in questa circostanza viene pagato meglio.
Questo meccanismo fa sì che si storca il naso quando si tenta di definire ARTE la fotografia: perché l’aspetto della finalità commerciale della fotografia è principale. Ma il fatto che un pittore venda molto e bene lo rende meno artista? Che uno scultore realizzi multipli delle sue opere per venderne di più lo rende meno artista? Forse la discriminante sta nel fatto che il fotografo aiuta con il suo lavoro la vendita di prodotti altrui.
Poi ci sono i fotografi che con le loro foto non vendono un bel niente, se non le foto stesse. Ma quelli guai a chiamarli fotografi… Sono infatti artisti che “usano” la fotografia come mezzo espressivo per realizzare le loro opere, ma non ne vengono sporcati…
Insomma, commercializzano le loro opere e non quelle degli altri, quindi sono più puri. E tutti concordano nel definirli artisti. Però, l’artista che usa la fotografia, per accrescere il valore della sua opera e guadagnare di più, è costretto a limitarne il numero di esemplari per definirne il valore. Ovvero ne frustra l’essenza stessa e l’indole in nome del mercato.

Quando la fotografia è creata al fine di condividere la propria visione e il proprio sentire e non necessariamente per promuovere la vendita di un prodotto; quando una fotografia arriva al cuore o allo stomaco e chi l’ha creata spera che qualcuno se la compri e magari ne commissioni delle altre, allora è ARTE? Lo chiedo perché è questo che fanno tutti gli artisti, con lo specifico del loro mestiere di pittori, musicisti, scultori, fotografi e non. E che dire ora che la fotografia finisce di vivere e comincia a morire, insieme alla sua compagna di sempre: la carta stampata? E non vende più nulla né nulla potrebbe più vendere sui nuovi media dove sovrani sono il movimento e il suono? Forse tra le sue ceneri rimarranno confuse polemiche. Mentre alla fotografia non resterà altro che rifarsi d’arte.E gli artisti di cui si dice che sono troppo commerciali? Sono quelli nel cui lavoro si palesa troppo la volontà di vendere le proprie opere rispetto alla motivazione intrinseca, pura, del “bisogno di creare”, della febbre dell’arte che fa bruciare fronte e labbra degli artisti “meno commerciali” o “commerciali al punto giusto”? Fermiamoci qui, ma solo per ricordare che un’opera può anche non essere immanente: un concerto, un balletto sono un’opera realizzata dal talento di un interprete che termina con la calata del sipario. Ma ciò che rimane ed è stato prodotto è l’arricchimento e la crescita del pubblico che lo ha seguito. E solo il grande talento di chi sa raccontare e creare esprimendosi si può definire ARTE ed è capace di tanto. Torniamo a discutere e a parlare di talento, ovvero di ciò che permette a un artista di toccarci dentro. E non parliamo solo di mercato né di media, né solo di tasche, collezionismo e aste.

Come l’acqua va naturalmente al mare, così il talento vero sa trovare la via al sentimento tramite il lavoro dell’ARTE: tutta.

12.10.17

Disegni del piccolo Sole

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/65

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Il piccolo Sole disegna sul pavimento.

8.10.17

La composizione secondo Joel Meyerowitz


Fonte : mag72.com

Una delle prime cose che ogni fotografo impara non appena prende tra le mani la fotocamera è che c'è una cornice; è una cornice fissa, e per la maggior parte delle persone è quella di una 35 millimetri, uguale per tutti.
Come puoi, quindi, differenziare il tuo lavoro da quello degli altri fotografi?
Tutto dipende da quello che decidi di inserire nel tuo riquadro e da dove decidi di tagliare tutto il resto della scena [...]

Sin dall'inizio ho intuito la forza di questa scelta: quando guardi nel mirino, il mondo continua al di fuori di quello che inquadri, quindi il significato o il potenziale della tua fotografia è determinato sia da quello che includi nel fotogramma, sia da quello che escludi.

Ma devi sempre tenere in mente che c'è un sacco di roba al di fuori dell'inquadratura, e l'influenza che questa può avere sulle cose inquadrate.
[...] capire che il mondo prosegue anche al di fuori del mirino e che questo si può sfruttare come un contenuto potente, anche se invisibile, permette di lasciare alcune cose ambigue, non dette, ma che esercitano un'influenza sulle cose inquadrate.





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Cape Light : Photographs by Joel Meyerowitz



Copertina : rigida
Pagine : 111
Editore : Aperture
Lingua : Inglese
ISBN-10 : 1597113395
ISBN-13 : 978-1597113397

7.10.17

Fratture

https://nis.nikonimagespace.com/html/guest/it/detail.html?g=HiRcjZzmNOsGxPjgsGizNvwQG7nhphwZOw3PJEiEmtNNqtSS_fuzh5Re_wosx5nVcde4v3KVPU2e9BuwbwBnNQ&r=0#i/64

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Pezzi di casa dolce casa. Un raggio di sole taglia in due l'ombra.